PER IL FUTURO
DELL’ECONOMIA
E DELL’OCCUPAZIONE
di Luca Meldolesi
È tempo di bilanci di fine estate. Nonostante la crisi, l’interscambio umano che riguarda il nostro Paese non ha avuto nessuna battuta d’arresto. Sono tantissimi gli stranieri che sono venuti a trovarci (a Roma gli arrivi sono addirittura aumentai del 10%). E viceversa: sono tanti gli italiani che per turismo, studio o lavoro hanno trascorso periodi significativi della loro vita all’estero.
Esiste persino un’associazione “Italians” (con oltre 30 mila aderenti, che hanno riempito una semplice scheda tratta dal computer) a cui si iscrive soprattutto chi desidera avere le coordinate dei giovani associati italiani presenti nelle principali capitali del mondo.
È tutta salute questo ampio interscambio? Certo! A patto, naturalmente, che, nel suo aspetto positivo, l’apprendimento scaturito da tali esperienze torni, in ultima analisi, a casa nostra. Da questo punto di vista, un problema tipico della società meridionale – la sindrome dell’abbandono, soprattutto dei giovani – sembra oggi trasferirsi a livello nazionale. È la nuova emigrazione: quella degli italiani con un elevato livello d’istruzione che cercano all’estero un esito più adeguato alle loro aspirazioni (ed alle loro esigenze occupazionali).
È un pericolo incombente, quello del dissanguamento di qualità, che suggerisce ancor più ciò che sto per scrivere; vale a dire che bisogna curare la nostra attrattività; e che (tra le tante cose) bisogna imparare ad utilizzare meglio il nostro interscambio umano con l’estero.
È un tema ampio che affronto qui per un aspetto soltanto. Quell’interazione crea infatti, spontaneamente un fiume di impressioni, sensazioni, amicizie, ecc. Per riprendere una bella espressione di Granovetter, anche qui si manifesta “la forza dei legami deboli”: una straordinaria capacità di contagio spontaneo (e di coinvolgimento) che tende a crescere con lo sviluppo della globalizzazione. Tuttavia l’influsso reciproco avviene facilmente (nel bene e nel male) nei punti di contatto tra le diverse culture. Altrove, invece, è necessario impegnarsi per portare a casa la lezione potenziale che tali relazioni contengono. Vale a dire, accanto alla forza dei legami deboli, è necessario occuparsi della “debolezza dei (potenziali) legami forti”. Dapprima nascosti o appena accennati, essi possono trasformarsi, infatti, con il tempo, in grandi leve del cambiamento.
È questa l’ipotesi che ha segnato la mia estate e che vorrei presentare in chiave operativa: quella della creazione progressiva di un campo di relazioni private internazionali forti, consapevoli, che corrisponda alle passioni ed agli interessi dei nostri interlocutori; e che, nello stesso tempo, sorregga il nostro Paese, lo aiuti a migliorarsi (e quindi ad uscire dalla situazione tutt’altro che gradevole in cui si trova).
Per spiegarmi, debbo calzare gli stivali delle sette leghe, distinguendo il retaggio culturale italiano dalla congiuntura attuale. Cominciamo dall’ovvio: insieme alla Grecia, l’Italia è all’origine della civilizzazione occidentale (Giappone escluso); ed insieme alla Grecia (e ad altri Paesi) sta soffrendo la crisi del debito sovrano europeo. La prima cosa da fare è valorizzare quel retaggio originario, anche come strumento per combattere la crisi. Non è così?
A tal fine, propongo di richiamare alla memoria tre anelli concentrici (come esempio di molti di più) della nostra identità italiana. Basterà un accenno.
Primo: mi ha sorpreso apprendere tempo addietro che, nel tentativo di fondare il proprio pensiero sulle basi più solide possibili, Carlo Cattaneo si sia fatto linguista. (Cfr., in particolare, “Sul principio istorico delle lingue europee”, in cui si legge: “ la conquista romana diffuse la lingua latina su tutta l’Italia; ma oggidì ancora traspaiono nei nostri dialetti le primitive nazionalità. Il tronco dialetto di Ferrara, di Bologna, di Parma, di Milano, di Torino conserva ancora i tronchi suoni celtici fra i dialetti vocali della Venezia e della Toscana; il confine tra la stirpe tusca e la ligure, tra la cisalpina e la veneta, tra la veneta e la carnica, rimane inviolato e immobile in mezzo alle successive trasmigrazioni”). Come si vede, è un’osservazione parziale sull’Italia vista da nord; che, tuttavia, può esser completata dall’osservazione sorella dell’Italia vista da sud (come, ancor prima di conoscere il lavoro di Cattaneo, mi è capitato di mettere a fuoco (cfr. “Il giuoco degli dei. Un’angolazione di politica economica alle radici della storia, dell’identità e del federalismo italiani”, 2006 – testo nato alla presidenza del Consiglio dalla collaborazione con numerosi tutori d’emersione meridionali).
Insieme alla nota tesi cattaneana dell’Italia delle città (scaturite da popolazioni provenienti dal mare) ed all’interesse di Cattaneo per la lega delle città etrusche (e, per estensione della Magna Grecia, della Sardegna pre-fenicia, ecc.) come base primordiale del municipalismo, tutto ciò identifica le basi profonde della nostra “Quest for Italian Federalism”.
Nel duplice senso: come sviluppo moderno delle tendenze democratiche presenti, fin da tempi lontani, nel tessuto storico-sociale del nostro Paese; e come soluzione politica corretta, efficace/efficiente e, dunque, potenzialmente felice delle disomogeneità e delle articolazioni storiche italiane. Quando Cattaneo sostiene che l’Italia esiste da gran tempo e che si tratta di liberarla, vuol dire – se non erro – proprio questo. Esistono le basi per un’intera politica, per la proiezione in un futuro prossimo straordinariamente libero, giusto e prospero del nostro Paese. Dobbiamo esserne convinti!
Secondo punto: nel 2009 Altagamma - associazione che riunisce quattromila negozi della moda italiana nel mondo - ha pubblicato uno studio di un gruppo di lavoro coordinato da Andrea Kerbaker dal titolo “Bella e possibile. Memorandum dell’Italia da comunicare. Come si può migliorare l’immagine di questo Paese, che tante volte sembra incapace di proporsi al mondo con le sue caratteristiche migliori?”. La risposta collettiva si richiama (inevitabilmente) alle nostre radici culturali, a partire da “The Legacy of Italy” di Giuseppe Prezzolini, 1948; e, naturalmente, dal Rinascimento: quell’Italia “dopo il mille” di cui tanti storici hanno parlato. (Ho ripreso quel ragionamento in un ambito spazio-temporale più ampio - ovvero da sud e dall’insieme dell’eredità culturale italiana - nel primo capitolo di “Milano-Napoli. Prove di dialogo federalista” - 2010). Infine, nei suoi interventi del 31 gennaio 2011 (che, con l’intero dibattito di quella giornata memorabile, pubblico a giorni in “Federalismo oltre le contraffazioni”), Piero Bassetti ha suggerito con vigore un’angolazione, analoga a quella appena accennata, per l’Italia dell’epoca della conoscenza e della globalizzazione.
Si tratta – egli ha sostenuto - di una duplice dimensione che rappresenta indubbiamente un “salto epocale”. In tale luce, Bassetti , insieme alla fondazione “Globus et locus”, sostiene la valorizzazione della dimensione transnazionale della cultura italiana, che è esistita a lungo nel passato e che, nel presente, si agglutina attorno alla soggettività italica, dovunque essa si manifesti. A tale scopo. è importante, dunque, fare affidamento sugli italiani (o italici) del mondo, che, insieme a quelli della madrepatria, sono ben 250 milioni - una realtà troppo spesso dimenticata. Italici di tutto il mondo unitevi, ha affermato Bassetti: rappresentate la cultura italiana (l’italicità) come grande cultura del mondo - accanto a quella anglosassone, ispanica, cinese, ecc.
Conclusione: questi tre episodi (che, in un modo o in un altro, mi riguardano da vicino) puntano nella medesima direzione. Vale a dire, nel sostenere che la cultura (artistica, scientifica e sociale) italiana è il miglior biglietto da visita per valorizzare l’italianità e per incrementare un interscambio sano del nostro Paese con il mondo intero: di merci e servizi, certo; ma anche d’interazioni umane - in modo da accreditare, in varia maniera, la nostra cultura universalista.
Ciò significa, dunque, per riprendere il ragionamento accennato più sopra, che è questo il miglior viatico per sviluppare, in modo più o meno consapevole, sia i legami deboli, sia quelli forti – soprattutto in un periodo di difficoltà acute come l’attuale.
Sì, d’accordo, si potrebbe obiettare a questo punto. Ma tutto ciò non basta ancora per avanzare un’ipotesi specifica di lavoro con gli stranieri interessati all’Italia – siano essi, o meno, d’origine italiana. Dobbiamo fare un passo in più, soprattutto in tempi calamitosi. Non è sufficiente affidarsi alla spontaneità dei legami deboli. È giusto: anche qui, da tre angoli di visuale. Bisogna innanzitutto cercare rapporti di reciproco interesse. Perché è possibile innamorarsi di tanti Paesi del mondo (si pensi, ad esempio, alla Colombia, al Brasile o all’India che ci affascinano) e poi scoprire che, inevitabilmente, i loro abitanti – quelli che abbiamo incontrato più o meno casualmente nei nostri viaggi - non hanno, in realtà, un interesse effettivo per il nostro Paese, non vedono un legame forte con esso: come ingrediente chiave del loro miglioramento.
Inoltre, per creare un legame robusto, è necessario che l’interesse altrui per l’Italia abbia un’origine specifica (nasca magari da una connotazione specialistica come l’antichità, la moda, o la musica, ecc.), ma si preoccupi poi effettivamente della vicenda italiana contemporanea . Infine, è indispensabile anche l’inverso; vale a dire che l’Italia, per le sue specifiche ragioni, abbia interesse a quanto quel Paese e quello straniero (che sia o meno d’origine italiana) potrebbe apportarle.
Sono condizioni che restringono significativamente il nostro campo d’azione, ma anche lo qualificano. Perché esistono effettivamente alcuni Paesi a federalismo democratico che ci potrebbero aiutare davvero; ed alcune comunità italiane di quei Paesi – di origine meridionale ed anche settentrionale - che potrebbero far da sponda al nostro lavoro. È quanto Nicoletta Stame ed io abbiamo cominciato a realizzare in Australia quest’estate utilizzando rapporti personali diretti ed indiretti, universitari e privati. È quanto può esser tentato altrove: innanzitutto in Svizzera, in Canada e negli Stati Uniti.
L’Italia ha bisogno di possenti cavi, di argani collettivi interni ed esterni, per issarsi sulla tolda. Dobbiamo imparare a costruirli quei marchingegni: anche d’estate, veleggiando a piacere in giro per il mondo…